La ferita che la medicina non conosce
e che non è in grado di guarire

La donna e il bambino spesso, purtroppo, sono trattati come pazienti impersonali e le procedure applicate non tengono conto dell'alto valore emotivo e intimo dell'evento della nascita. È una ferita perché, anziché provare gioia per la nascita della nuova vita, la donna prova solo tristezza e inadeguatezza.



In alcuni ospedali e cliniche di maternità, come regola, il neonato viene allontanato dalla madre pochi minuti dopo il parto, ‘per lasciarla riposare’, così dicono. Questa drastica separazione, che può durare anche molte ore, senza nemmeno aver mostrato alla mamma il frutto della lunga gravidanza durante la quale la donna aspettava soltanto il momento di poter tenere fra le braccia il sul bambino, crea nell’anima della neomamma una profonda ferita morale, che in seguito può avere vari risvolti negativi. Ma come può una donna che ha concepito e cresciuto dentro di sé quel bambino riposare lontano da lui, se non ha avuto nemmeno il tempo di vederlo, di conoscerlo, di accettarlo, di toccarlo?
È come se la  donna, prossima al parto, fosse venuta in clinica per dar modo ai medici di esercitare la loro funzione, e non il contrario. La donna, nei primi momenti, nelle prime ore dopo il parto, ha bisogno di rispetto e di protezione, per instaurare subito il legame mamma/ bambino.
(Le femmine dei mammiferi si isolano dal gruppo in quel momento, per stare indisturbate vicino ai loro cuccioli per conoscerli e per stabilire con loro quel legame che li terrà sempre vicino a sé.)

Le emozioni durante il parto sono così forti che non consentono di riflettere su ciò che realmente sta accadendo, così che, alla fine, la madre si trova sola, vuota, senza la possibilità di un contatto fisico con la creatura che ha partorito.

La nascita, che un tempo apparteneva al mondo della donna, in cui donne assistevano donne, è passata nelle mani del mondo medico. Ciò ha significato, nell’ultimo secolo: convogliare le partorienti verso le cliniche di maternità dove mettere al mondo i propri figli.

Va sottolineato che questo passaggio ha presentato numerosi aspetti positivi, come ad esempio la forte riduzione della mortalità sia della donna che infantile, nonché la possibilità di porre rimedio a numerose malattie o problemi sia mediante cure mediche che grazie alla chirurgia, possibilità che prima non esistevano.
Tuttavia ciò ha comportato la perdita di tutti quei valori che caratterizzano la venuta al mondo di un essere nuovo e che dovrebbero fare della nascita di un figlio un evento sacro.


La donna e il bambino spesso, purtroppo, sono trattati come pazienti impersonali e le procedure applicate non tengono conto dell’alto valore emotivo e intimo dell’evento della nascita. Un’esperienza di importanza capitale per la coesione della famiglia viene svilita in nome della sicurezza. Eppure, una adeguata modifica dei protocolli permetterebbe di garantire un trattamento più rispettoso pur salvaguardando la sicurezza. L’esperienza di ostetri-che attente e di medici sensibili come Michel Odent lo dimostrano ampiamente.

Spesso, la ferita che la donna subisce dopo la nascita del suo bambino, risveglia in lei ferite del passato, nascoste nell’inconscio o negli angoli più reconditi del cuore. Sono ferite gravi che possono creare un forte stato di depressione, e la donna depressa fa fatica a provare amore per il suo bambino e per le altre persone a lei vicine che vorrebbero esserle di aiuto. Oppure, prova amore, ma un amore tinto di dolore.

È una ferita grave, perché la innata  abilità della madre di accudire e di coltivare un legame con il suo bambino è stata deteriorata. È una ferita perché, anziché provare gioia per la nascita della nuova vita, la donna prova solo tristezza e inadeguatezza. Può esserci anche del dolore fisico, ma c’è soprattutto quel dolore profondo, quello emozionale o di sofferenza dell’anima, nel rimpianto di ciò che le è stato reso impossibile: l’immediato contatto col proprio bambino, cioè l’instaurarsi di quel rapporto intimo che doveva durare tutta la vita.

Anche i bambini ai quali manca quel primo contatto con la loro mamma, contatto importan-tissimo, soffrono per la mancanza di manifestazioni di amore. Essi si spengono psicologica-mente. Lo stesso dicasi quando una madre è ‘ferita’: essa muore psicologicamente. Man-candole l’aspetto gioioso, difficilmente sarà una madre serena, contenta e positiva.
Solo un buon inizio dell’allattamento può essere un mezzo per prendere contatto col proprio bambino e cominciare a guarire.

Non va dimenticato che  la mancanza di amore predispone all’aggressività e alla violenza.

In sostanza, come ogni bambino, alla nascita, ha bisogno di stare a contatto della propria mamma, così ogni mamma, dopo il parto, ha bisogno di stare col proprio bambino.




Testo consigliato:
“Songs from the womb” - Healing the wounded mother.
Autrice: Benig Mauger - Editore: The Collins Press - Dublin


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